La parola di Febbraio

Carissimi

ho fatto alcune riflessioni sul tema della fede che vi voglio trasmettere in queste poche righe.

Mi pare che in questi ultimi decenni siamo passati da quello possiamo definire con uno slogan “Cristo sì, Chiesa no”, ad affermazioni che possiamo riassumere con un altro slogan “Dio no, religione sì”.

Alcuni decenni fa, subito dopo il Concilio, era diffuso tra i giovani lo slogan sopra ricordato: “Cristo sì, Chiesa no”, cioè un’accoglienza di Gesù Cristo, in particolare del suo messaggio sociale, e di contro un rifiuto della Chiesa con i suoi insegnamenti, soprattutto etici, e della sua struttura gerarchica.     Si usava allora la categoria di “cristiani anonimi” per alludere a credenti senza appartenenza religiosa.

Ultimamente, invece, mi pare che si stia facendo strada – senza aver rinnegato la prima affermazione – quello che possiamo tradurre nello slogan “Dio no, religione sì”.    

“Dio no”, vuole esprimere un serpeggiante diffuso ateismo che si diffonde con la complicità di una lettura superficiale della scienza che tende ad assolutizzarsi come l’unica portatrice della Verità.

“Religione sì”, nel senso che facilmente ogni persona si crea una propria religione personale, senza dogmi, senza Chiesa e senza chiesa, senza sacramenti, senza etica … una “religione liquida” che si adatta alle più diverse esigenze personali perché – in ogni caso – l’anelito ad una dimensione spirituale della vita è connaturato ad ogni uomo. E a questo anelito, nella nostra società, molti rispondono creandosi una propria religione singolarmente personale.

Vi lascio tre slides per descrivere questa situazione: la prima, ricordatami da un amico, quando il prof. Salvatore Natoli iniziava il suo corso di antropologia chiedendo agli studenti universitari di alzare la mano quanti di loro credessero nell’esistenza dell’anima. Un po’ per timore, un po’ per indecisione, un po’ per vergogna, un po’ per convinzione … nessuno degli studenti alzava la mano. Il professore chiosava: “Bene, proprio di questo noi parleremo nel corso”. Una seconda immagine che vi voglio trasmettere è legata alla benedizione delle famiglie in occasione del S. Natale. Alcune persone hanno risposto al sacerdote che passava di casa in casa: “Non siamo interessate, noi siamo atei!”. La terza è più legata agli ambienti giovanili dove adolescenti in modo sfrontato e quasi per sfida affermano di fronte al prete dell’Oratorio: “io sono ateo”.

Certo l’ateismo si presta a molte letture e ne ha dato un esempio Carlo Maria Martini con la sua “cattedra

dei non credenti”. L’arcivescovo dialogava di volta in volta con atei professi, con persone in ricerca, con scettici o agnostici, con non-credenti pensanti.

A me sembra che nella nostra società milanese l’ateismo sia più un fatto che una teoria riflessa e dichiarata: si vive come se Dio non esistesse, perché la vita frenetica è tutta proiettata a rispondere a bisogni immediati della vita. E la società consumistica non fa altro che creare continui bisogni – spesso fittizi – ai quali difficilmente ci si riesce a sottrarre. C’è un agire, un comportamento che precede il riconoscimento e la domanda di senso sull’essere dell’uomo ed eventualmente su Dio. L’uomo vive ormai ad una dimensione, come profeticamente ne parlava Marcuse già negli anni ’60.

Anzi, la mia impressione è che tra gli studenti del nostro quartiere Città Studi sia molto diffuso l’agnosticismo che non so se sia meglio o peggio dell’ateismo. Si afferma che non c’è religione vera se non quella che ognuno si costruisce personalmente, che in fondo tutte le religioni sono uguali perché parlano di Dio, ma nessuna può e deve pretendere di dire la verità. Perché è solo il soggetto che può e deve decidere cosa sia la verità e i valori sui quali costruire la propria vita. Appunto: “Dio no, religione sì”.

Devo però riconoscere che la figura di Gesù ha sempre un certo fascino sui giovani.

Quali strategie mettere allora in atto per rispondere agli interrogativi religiosi della nostra società contemporanea?

Penso, anzitutto che noi cristiani abbiamo due importanti alleati comuni a tutti gli uomini che sono la ragione e il cuore. Non si crede cioè senza ragione, senza motivi di credibilità, e neppure si crede per un puro e freddo calcolo matematico.

Prima strategia dovrebbe essere quella che noi cristiani prendiamo coscienza che siamo tali (cioè cristiani) perché siamo anzitutto portatori di una buona notizia (Vangelo), cioè di un messaggio di gioia e di speranza che aiuta ad affrontare la vita la quale è per tutti una corsa ad ostacoli. Portatori di un messaggio che riempie mente e cuore delle persone, come ripete spesso Papa Francesco e ha scritto nell’Evangelii Gaudium. Solo così le persone che si definiscono lontane si potranno sentire attratte alla fede dallo stile di vita cristiano.

La seconda strategia dovrebbe esser quella che la Chiesa si presenti nella società non arroccata, (come si fa nel gioco degli scacchi), ma aperta ed accogliente verso tutti coloro che incontra nel suo cammino. Una Chiesa che collabora con la società civile nella costruzione del bene comune, come non perde occasione di ricordarci il nostro Arcivescovo Mons. Mario Delpini. Una comunità cristiana Chiesa dalle genti che nel dialogo sa dare risposte e trasmettere le ragioni della speranza per affrontare il cammino della vita. 

 

                                                                                                                                        don Gianluigi